Card. ANDREA CARLO FERRARI

Biografia

Andrea Ferrari nacque il 13 agosto 1850 a Lalatta, località nel comune di Palanzano (Pr), da una famiglia di modeste condizioni economiche, figlio di Giuseppe Ferrari e di sua moglie, Maddalena Longarini. Primogenito di quattro figli, fu battezzato il giorno seguente. Creduto in fin di vita, la madre lo portò al santuario mariano della Beata Vergine del Rosario di Fontanellato, al quale egli rimase sempre molto legato. Andrea apprese i primi rudimenti del sapere dal parroco, don Giovanni Agostini, che lo ammise alla prima Comunione nel 1860. Accolto nel 1861 come studente esterno del Seminario di Parma, risiedendo presso lo zio don Pietro Ferrari, vi entrò stabilmente nel 1866 per gli studi filosofici e teologici, al termine dei quali fu ordinato diacono dal vescovo Domenico Maria Villa il 15 dicembre 1872 e presbitero il 20 dicembre 1873. In diocesi di Parma fu delegato apostolico a Mariano dal febbraio del 1874 e poi coadiutore dell’arciprete di Fornovo di Taro dal 4 luglio 1874. Vice curato della parrocchia di San Leonardo in città dal 1875, in quello stesso anno divenne vicerettore del Seminario di Parma, nonché professore di fisica e matematica.  A 27 anni fu nominato rettore del medesimo istituto (1877), dove gli vennero affidate le cattedre di teologia dogmatica, storia ecclesiastica e teologia morale dal 1878. Nel 1879 fu nominato canonico effettivo del Capitolo della Cattedrale di Parma. Nel 1885 dal nuovo vescovo mons. Andrea Miotti fu nominato provicario generale della diocesi. Sempre nel 1885 Ferrari pubblicò l’opera dal titolo “Summula theologiae dogmaticae generalis”, un libro ristampato in molte edizioni e che divenne uno dei testi di teologia dogmatica più diffusi alla fine dell’Ottocento. Il 29 maggio 1890 venne eletto vescovo di Guastalla e consacrato il 29 giugno di quello stesso anno nella chiesa delle religiose del Sacro Cuore di Villa Lante a Roma, ad opera del cardinale Lucido Maria Parocchi, vescovo di Albano e vicario generale di Roma. Eletto vescovo di Como già nel 1891, tre anni dopo nel 1894 divenne cardinale arcivescovo di Milano. Assunse, allora, accanto al nome di Battesimo, quello di Carlo in onore di san Carlo Borromeo. Eccezionale figura di pastore, ricercò l’incontro con il suo popolo soprattutto per mezzo della visita pastorale, attuata quasi quattro volte nella vasta diocesi. Il contatto vivo e costante con la gente lo aprì sempre più alla comprensione delle istanze del suo tempo e lo determinò a corrispondervi con una efficace azione pastorale. Di fronte ai problemi del mondo del lavoro si propose di incrementare il movimento sociale cristiano, di impegnare il giovane clero negli oratori, autentica scuola di vita per la gioventù. Incoraggiò i fedeli a costituirsi in forza civica, sociale e politica, così da animare la società e le strutture con i valori del Vangelo. Ebbe a cuore la stampa per formare una mentalità cristiana con un’informazione puntuale e accurata. Con carità inesauribile, nel periodo della Prima guerra mondiale, si pose a guidare ogni iniziativa per lenire le sofferenze dei soldati e delle loro famiglie. Mirò sopra ogni cosa alla santificazione del suo popolo con la collaborazione di un clero operoso, di cui fu eccellente educatore. Convocò tre Sinodi Diocesani e un Concilio Provinciale; promosse il Congresso Eucaristico Nazionale, quello di Musica Sacra e quello Catechistico. Fu il primo cardinale a guidare un pellegrinaggio in Terra Santa. Istituì numerosi collegi per l’educazione dei giovani; attese alla costituzione dell’Università Cattolica e alla fondazione di quell’Opera di assistenza sociale, che da lui prese il nome. Nel 1898, durante i disordini scoppiati a Milano, causati dal malessere sociale, vasti settori dell’opinione pubblica lo denigrarono violentemente: affranto e schiacciato dalle calunnie, ma fidando in Dio, l’arcivescovo non si arrese.  Nonostante la sua provata fedeltà alle direttive della Sede Apostolica fu sospettato di modernismo e pubblicamente attaccato dagli intransigenti; nell’accusa vennero coinvolti Seminario e clero. Vista inutile ogni difesa, il cardinale si chiuse nel silenzio e nella preghiera, aspettando che ’ora delle tenebre passasse. Gli avvenimenti e le opere di ventisei anni di episcopato milanese apparvero in una luce di verità durante la dolorosa malattia. Privo ormai di voce, perché affetto da male incurabile alla gola, diede al suo popolo che accorreva al capezzale del pastore morente, un mirabile esempio di eroica pazienza e di conformazione a Cristo crocifisso. Affidandosi alla Vergine santissima, sorgente della sua fortezza, si spense al tramonto del 2 febbraio 1921, subito dopo aver approvato gli statuti dell’Università Cattolica. Riposa in Duomo, a Milano, nella cappella Virgo potens, presso l’altare del Sacro Cuore. Il 10 maggio 1987 è stato proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II. La Chiesa universale lo ricorda il 2 di febbraio, giorno della morte; la diocesi di Parma e la Chiesa ambrosiana anticipano al giorno 1 febbraio, onde evitare la coincidenza con la festa della Presentazione del Signore.

 

 

Decreto sull’eroicità e delle virtù

 

«Voglio e Credo» 
Il Servo di Dio Andrea Carlo Ferrari, per il 25° di episcopato ricevuto a Roma il 29 giugno 1890, all’età di 40 anni, scriveva ai fedeli di Milano: «Nella mia consacrazione mi si domandava due parole e le dissi dinanzi a Dio ed alla Chiesa: le parole Voglio e Credo, le quali in fondo sono le due proteste di amore e di fede che fece Pietro a Cristo, il Figlio del Dio vivente: Tu sai che ti amo (Mt. 16, 16; Giov, 21, 15-17); insomma fede e amore, che il Vescovo deve coltivare in sè piu di tutti gli altri, anche a fine di coltivarli meglio nei figli suoi».

Nascita e vocazione
Questa testimonianza di adesione e di pratica della parola di Dio (cf. Gc.1, 22), basata sulla natura profetica del sacerdozio dei fedeli (cf. Lumen gentium, 12) e che nei membri della gerarchia, soprattutto nei vescovi, ne deve essere un’espressione più perfetta, Andrea Ferrari aveva già preso a renderla innanzi al Padre e a gli uomini, in grazia del battesimo che gli era stato amministrato nella parrocchia di Pratopiano in Diocesi di Parma il 14 agosto 1850, giorno dopo la nascita avvenuta in frazione Lalatta in una famiglia di modestissime condizioni. La stessa testimonianza confermò poi, in forma più matura, in forza del carattere presbiterale, conferitogli a Parma il 13 dicembre 1873.

Rettore, Insegnante, Vescovo
Fede e amore professò a Cristo quando, rettore e insegnante di teologia nel Seminario maggiore (1877-1890), a Lui conduceva e affidava i futuri pastori di anime. Fede e amore donò alla sposa di Cristo con il servizio in varie mansioni per la Chiesa di Parma, tra cui quello di provicario generale. La dignità vescovile, alla quale era stato elevato da Leone XIII, come impresse in lui il carattere della pienezza del sacerdozio, così ne perfezionò e dilatò il ministero sacro, appena sperimentato nelle parrocchie di Mariano di S. Lazzaro e di Fornovo (1874-1875), tramutandolo in un tipo di predicatore apostolico a Guastalla (1890-1891) e a Como (1891-1894), la cui vasta diocesi guidò e visitò con un programma di evangelizzazione che costituiva un segno e una missione di carità paterna.

Cardinale Arcivescovo di Milano
Fu perciò ancora Leone XIII, che lo stimava un pastore secondo il Cuore di Cristo e all’altezza dei tempi, a immetterlo con fiducia in un ulteriore spazio di apostolato, chiamandolo nel 1894 a far parte del sacro collegio col titolo cardinalizio di S. Anastasia e promuovendolo alla successione dell’arcidiocesi di Milano. Il nuovo presule, metropolita di Lombardia, modellò allora la sua anima sulla fisionomia del venerando predecessore S. Carlo Borromeo; ne adottò il nome e ne rinnovò la presenza, come tale salutata e benedetta con gioiosa speranza dai suoi figli. A sua lode dunque, si può riprendere il paragone del più insigne dei vescovi di Milano, S. Ambrogio il quale, congratulandosi con Anisio, vescovo di Salonicco e successore di Acolio, scriveva: «Ti consideriamo quindi come discepolo di Acolio di santa memoria, ed ora successore ed erede nell’onore e nella grazia. E’ un grande merito, fratello. C’è infatti da gioire con te, che nemmeno per un istante si sia dubitato a farti succedere a un uomo tanto rinomato. E insieme è un grande onore, fratello, l’esserti addossato il peso di tanto nome. In te vogliamo ancora vedere Acolio: e come questi era presente al tuo affetto, così ora si desidera scorgere l’immagine virtuosa ed esemplare e la fortezza d’animo, nei doveri che ti riguardano. Il Signore dunque ti faccia suo successore non solo nella dignità ma pure nella santità, e si degni di con- 15 fermarti nel più alto grado di grazia, in modo che anche intorno a te il popolo corra a far corona… tra questo e te regni la pace, e della pace tu possa custodire il patto» (PL. 16 1000-1001).

Azione pastorale e rinnovamento
Intanto la precedente esperienza pastorale aveva educato e agevolato quest’uomo a scoprire e risolvere ogni problematica dei tempi nuovi con un senso adeguato della storia e un giusto apprezzamento delle realtà terrestri, avvalorato da soprannaturale ottimismo sugli eventi umani, guidati dalla Provvidenza Divina. Gli importava molto fare molto. Il settore del lavoro agricolo-industriale, l’educazione della gioventù operaia e studentesca, persino con una Università Cattolica e una casa del lavoro, la partecipazione dei cattolici nelle questioni socio-politiche anche con il voto delle donne, gli divennero nella diocesi di Milano, che definiva il suo bel giardino, un campo esteso per il buon seminatore del Vangelo, responsabile della presenza della Chiesa nel mondo moderno, che con esso avanza e progredisce e finalizza a Dio essendo il fermento della società umana da trasformarsi in famiglia di Dio (cf. Gaudium et spes, 4-10). Promosse in tal modo e con equilibrata visione il rinnovamento e il progresso della Chiesa, perché uomo di vivo senso della fede e aperto sinceramente alla novità e bontà dei problemi, amante della tradizione ma nello stesso tempo, senza depauperare nulla di vitale, ansioso di indagare e trovare metodi confacenti per il mondo nuovo che sorgeva con il secolo XX.

Rappresentare Cristo nel suo popolo
Ma sopra ogni cosa pontefice tra Dio e gli uomini (cf. Ebr, 5,1), il Cardinale Andrea Ferrari fu consapevole di rappresentare Cristo nel suo popolo (cf. II Cor, 5, 20), favorendo quella comunione di grazia sulla quale si costruisce con fede e carità l’edificio del corpo mistico di Cristo. Dottrina cristiana ed Eucaristia, cioè Parola e Sangue del Signore, furono in consonanza con il programma instaurato di S. Pio X (cf. Ef, 1, 10) le componenti basilari di un episcopato durato 30 anni. Con questo binomio di vita interiore per sè e per il suo popolo, lo zelante pastore associava in parallelo due altri elementi per la vita sociale o sfera d’apostolato: l’impegno nell’azione cattolica e la corrispondenza al magistero della Chiesa. «Il grido di Ambrogio: dovè Pietro, ivi è la Chiesa – replicò nella lettera citata all’inizio – l’ho costantemente ripetuto qui, e il popolo fedele lo udì tale grido, sicchè il vero ambrosiano a nessun altro cede nella romanità».

«Dove è Pietro, ivi e la Chiesa»
Simile adesione di fede e di obbedienza nel Cardinale Ferrari si rivelò in luce chiara e personale quando apparve più acuta l’evoluzione del sistema dottrinale detto somma delle eresie o Modernismo (1907-1912). Conscio del dovere di maestro e di tutore del Vangelo nel proprio gregge, e insieme di discepolo verso il più alto magistero ecclesiastico, seppe armonizzare la sua rispettiva posizione in spirito di ossequio alla verità e di servizio per la salvezza delle anime. Le difficoltà incontrate, non nel proporre l’insegnamento ma nel praticare i rimedi disciplinari, le potè superare con sincerità e umiltà di cuore, sempre coerente con se stesso e disposto al perdono. L’arcivescovo di Milano, dunque, avendo pienamente intuito la missione nuova del pastore nel secolo XX, attuò ciò che il Concilio Vaticano II riconoscerà e sancirà circa l’ufficio pastorale dei vescovi: tanto che ad ogni passo del decreto conciliare si può allineare in sinossi un aspetto ministeriale del Servo di Dio (cf. Christus Dominus, 12-19). In analoga prospettiva storico-teologica, compreso dell’importanza della Chiesa locale come cellula viva e quindi non mai dissociabile dalla Chiesa universale, il Cardinale Ferrari fu un precursore di quella vivificante comunione inter responsabile di ministero tra il successore di S. Pietro e i successori degli altri Apostoli, che il Concilio Vaticano II metterà in evidenza con il nome di collegialità episcopale (cf. Lumen gentium, 22-23).

Purificazione del dolore
Un ultimo sigillo di compiacenza nella purificazione del dolore, Dio benigno e misericordioso aveva riservato per questo suo Servo, mai stanco e mai demoralizzato, rafforzato sempre dalla preghiera e fiducioso in Maria, da lui venerata particolarmente nel santuario prediletto di Fontanellato e invocata fortezza del suo episcopato. Piagato alla gola dal terribile male del cancro, continuò per oltre due anni la missione di insegnare, santificare e governare, con la dedizione del buon pastore che dà la vita per le sue pecorelle (cf. Gv, 10, 11), vincendo la debolezza progressiva del fisico come aveva debellato la vivacità impetuosa del temperamento. E quando l’aggressività del male lo costrinse all’immobilità aggravata dall’afonia, vide accorrere intorno a sè clero e popolo conosciuto e beneficato con impareggiabile costanza con tutti i mezzi della pastorale e della tecnica, incoraggiato con la parola ed illuminato con gli scritti, specialmente con le quattro visite pastorali alle circa 800 parrocchie della diocesi ambrosiana. La consumazione del sacrificio Dio l’accettò il 2 febbraio 1921, festa della presentazione di suo Figlio al tempio, che Andrea Ferrari aveva imitato povero, puro di cuore e ubbidiente fino alla morte di croce.

Fama di santità, causa di Beatificazione e proclamazione della eroicità delle virtù
Sulla fama di santità, che in vita e oltre tomba ne accompagnò largamente il ricordo, si tennero le inchieste canoniche nella diocesi di Milano e di Parma (1950-1955). Dopo la revisione degli scritti, sanzionata da Giovanni XXIII il 15 giugno 1960, lo stesso Papa autorizzò l’introduzione della causa di beatificazione il 10 febbraio 1963. Allestiti due altri processi per mandato della S. Sede a Milano e a Parma (1964-1965), per disposizione di Paolo VI furono inoltre preparati un ampio studio storico e un voto giuridico-teologico di ufficio, in ordine alla discussione sulle virtù presso la S. Congregazione per le Cause dei Santi, che si svolse nel raduno plenario dei Cardinali il 19 novembre 1974, proponendo il Card. Sergio Pignedoli, Relatore della causa, il dubbio se risultava il grado eroico delle virtù. Avutane completa e dettagliata informazione dal Cardinale Prefetto della stessa Congregazione, Luigi Raimondi, il Santo Padre Paolo VI convocò oggi, 1 febbraio 1975, il medesimo Em.mo Prefetto, l’Em.mo Card. Relatore, il Segretario e gli altri Prelati delle Cause dei Santi. Alla presenza dei quali, ratificando il parere generale emesso nel raduno plenario dei Cardinali, affermò constare delle virtù teologali: fede, speranza e carità e delle cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, con le altre annesse, esercitate in grado eroico dal Servo di Dio Andrea Carlo Ferrari, Cardinale e Arcivescovo di Milano. E ordinò quindi che venisse pubblicato il presente Decreto, da catalogarsi negli atti della S. Congregazione per le Cause dei Santi.

 

 

 

Roma, 1 febbraio 1975.
LUIGI Card. RAIMONDI, Prefetto
GIUSEPPE CASORIA, Arcivescovo titolare di Vescovio, Segretario

 

 

Dai suoi scritti

Ci limitiamo, in questa prima pubblicazione, ad offrire alcuni pensieri sulla figura e il ministero del prete.

 

Seminario

“Il Seminario è la pupilla dell’occhio del Vescovo e il Vescovo sente vivo il dovere di procurare che nulla manchi di quanto bisogna alla formazione de’ giovani chierici. (…) Si suol dire che quale è il Seminario, tale sarà il clero della Diocesi; ma si deve anche dire che per buona parte sarà il Seminario quale lo formerà e lo manterrà il clero diocesano e in prima il clero curato. (…) Grazie alla preghiera e al sostegno di tutto il buon popolo di Dio, a cui il novello sacerdote, per lo più coadiutore, sarà inviato”.
(Vita sacerdotale secondo il Vangelo, 1902, pp. 81-83)

“Quando sento buone nuove dell’antico mio Seminario me ne rallegro sempre, perché non l’ho mai abbandonato col mio affetto, e sollevo sempre i miei poveri sì, ma ardenti voti al Cielo, perché siano felicitati e prosperati con ogni sorta di bene codesti Superiori, già ottimi miei Colleghi, e codesti Alunni carissimi, alle sante preghiere dei quali 22 mi raccomando”.
(Lettera al Vicerettore Conforti, 12 gennaio 1891)

Presbiterio

“Uno dei (miei) voti più fervidi sarà sempre quello del Presbiterio, ossia della vita in comune. I vantaggi morali e materiali che ne deriverebbero sono evidenti e compenserebbero largamente quelle difficoltà e quel po’ di sacrificio, che per avventura si avessero da superare e da sostenere. (…) Vedrà questa diocesi nel tempo avvenire estendersi alle parrocchie il metodo di vita comune degli ecclesiastici? Sarà sua grande fortuna!”.
(Vita sacerdotale secondo il Vangelo, 1902, p. 39)

Pastori

“Vi prego, mettiamoci nella persona di quell’amorosissimo Padre che tanto sospirava il ritorno del figlio perduto e, non sapendo dove andare a cercarlo, fece tutto quello che era in suo potere, portandosi chi sa quante volte sulla via (cfr. Lc. 15,20), perché il figlio, ritornando scorgesse da lontano il sorriso sul volto del padre e affrettasse il passo per buttarsi più presto fra le sue braccia. Noi invece sappiamo dove sono i nostri miseri fratelli e figli, vediamo la quercia sotto la quale stanno, 23 le ghiande di cui si cibano; vediamo quali tristi compagnie frequentano. Andiamo dunque a chiamarli, invitiamoli a riconciliarsi col Padre, diamo loro il pane della vita senza attendere che ce lo domandino. Persuadiamoci che è assolutamente necessario uscire dalle nostre case, poiché tocca al pastore cercare le pecorelle; e chi vuoi fare pesca più abbondante, ascolta le parole del Salvatore e non sta in casa, ma va al mare (cfr. Mt 17,27), e non rimane a riva ma spinge la barca dove le acque sono più profonde (cfr. Lc 5,4)”.
(Prima lettera pastorale al Clero e al popolo dell’Archidiocesi di Milano, 14 ottobre 1894)

 

Scarica la preghiera del Vescovo Enrico al beato card. A. C. Ferrari

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